Letture estive: Acque d’autunno di Ciuang Ze

« Il re Wēi (魏) di Chǔ (楚) avendo sentito di lui, inviò dei messaggeri con doni invitandolo a Chǔ affinché ricoprisse l’incarico di Primo ministro. Zhuāngzǐ rise e rispose loro: “… Andatevene non mi corrompete… Preferisco la gioia della mia libera volontà” »

È una metafora il Tao, una metafora il farnulla; metafore sono le doti dei perfetti. Chi interpreta alla lettera è fuori strada: metafore e allegorie agevolano la intelligenza; ma quando il pensiero è inteso la metafora ha servito al suo scopo, e s’ha da abbandonare per il puro pensiero simboleggiato.

Come nella poesia cinese, accade in Ciuang ze che la parola si ferma e il senso procede oltre. E talvolta il silenzio che segue è più significativo – non senza merito dell’Autore, perché è un silenzio fatto eloquente dalla suggestione dall’autore svegliata. Ciuang ze ha osservato («Mistero») l’uccellino chiudere il becco e cessare il canto, mentre un eco interminabile ne resta fuori, e dentro di lui un profondo che non trova nota che lo esprima

È con l’opera del filosofo cinese Ciuang Ze  (369 a.C. circa – 286 a.C. circa) che inauguriamo questa rubrica di letture estive di libero accesso che desideriamo offrire ai nostri lettori. Il testo intitolato “Acque d’autunno“, tradotto da Mario Novaro, è alla base della cultura daoista.

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Laureato in Lettere all'Università del Piemonte Orientale, si sta specializzando in Scienze Antropologiche ed Etnologiche all'Università di Milano-Bicocca. Giornalista e scrittore vercellese, ha collaborato con molte testate locali e nel 2015 ha pubblicato il romanzo d'esordio "Qui non arriva la pioggia". Nel 2017 ha poi pubblicato "Il peccato armeno, ovvero la binarietà del male".

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