Un approccio più organico alla Medicina Narrativa: Intervista a Ubaldo Sagripanti partecipante al Master in Medicina Narrativa

foto ubaldo sagripantiIntervista a Ubaldo Sagripanti, psichiatra, partecipante alla V edizione del Master in Medicina Narrativa Applicata

 

Perché hai scelto un master in medicina narrativa?

Avevo iniziato a interessarmi di Medicina Narrativa autonomamente e anche partecipato a convegni ed eventi che mi avevano sempre stimolato a proseguire nell’approfondimento di questo sostanziale approccio alla complessità dell’altro essere umano. Tuttavia nel seguire il percorso e le sue articolazioni mi rendevo conto sempre di più che un approccio da ”autodidatta” era destinato a restare disorganico e lacunoso, ma soprattutto, ai margini del contesto scientifico irrinunciabile nel rapportarsi professionalmente ai pazienti.

 

Ne avevi già sentito parlare?

Sì, avevo sentito del Master al Congresso Nazionale della Società Italiana di Medicina Narrativa e poi attraverso la rete.

 

Cosa ti aspettavi di trovare?

Soprattutto un metodo, una base culturale condivisa da ricercatori e operatori nella raccolta e nell’analisi delle narrazioni e infine gli indirizzi di sviluppo di questa disciplina.

 

E cosa hai trovato?

Tutto quello che mi aspettavo arricchito da grandissime professionalità e umanità di tutti i formatori insieme ad un respiro autenticamente internazionale che mi ha profondamente colpito. Credo che questo aspetto vada sottolineato in quanto è profondamente diverso confrontarsi con professionisti di altri paesi riguardo a dei dati, a dei parametri “numerificabili” o comunque riducibili rispetto al confronto sulla “parola” oltre le barriere linguistiche, sull’esperienza che condividono chi cura e chi viene curato, che a sua volta, è un vissuto empatico, universale e comune a tutti gli esseri umani con potenzialità non quantificabili.

 

Che cosa hai scoperto attraverso la medicina narrativa?

Per rispondere userei una piccola storia personale… Da bambino oltre a fare l’aviatore e il pilota di formula 1 volevo tanto fare l’esploratore; ricordo bene una certa sera che durante il telegiornale uno scienziato (di cui non ricordo il nome) affermò che, ormai, tutta la terra era conosciuta e l’era delle grandi esplorazioni, definitivamente conclusa. Non conoscevo, allora, la parola “delusione” ma mia madre era una donna attenta e s’accorse che suo figlio la comprendeva in quel preciso momento, e risolvendo tutta la sua esperienza in un istante, mi carezzò la nuca distogliendomi dallo schermo e sorrise in un modo, che ora, definirei… sensuale: “E chi lo sa?!” esclamò sospendendo per sempre la conclusione dell’era delle grandi esplorazioni e quella mia delusione.

Con la Medicina Narrativa ho risentito il calore di quella sospensione inventata da mia madre per proteggermi; la conoscenza priva di dubbi è fredda, ma soprattutto, artificiale. La natura umana non è riducibile deterministicamente, la natura stessa non lo è, ci ha detto Heinsenberg. L’atto di cura rivolto a un altro essere umano non può prescindere da questo se vuole essere autenticamente tale. La medicina narrativa rinnova la continua e inesauribile relazione dell’umano con l’umano, l’infinità varietà dei vissuti che è a sua volta una scienza la cui evoluzione epistemologica deve entrare in equilibrio dinamico con quella delle altre scienze umane e naturali che rimangono comunque indispensabili, devono solo andare avanti insieme. Trovo che questo sia entusiasmante e non si finirà mai di scoprire.

 

Com’è stato accolto il tuo project work dai pazienti, dai colleghi e dalla dirigenza sanitaria?

Con iniziale perplessità dai colleghi che poi hanno accettato di collaborare convincendosi lungo il cammino; i pazienti (al momento ancora pochi) stupiti e curiosi che un medico si interessi alle loro storie; la Direzione non si è ancora espressa, ma ancora siamo in fase di progetto pilota.

 

Conclusa l’esperienza del master, come stai applicando la medicina narrativa nella tua pratica quotidiana?

Sto proseguendo, in modo più organico e sistematico, quanto avevo già iniziato prima del Master anche se applicare la Medicina Narrativa in Psichiatria presenta delle specificità date, purtroppo, dallo stigma che grava sull’argomento e da alcuni luoghi comuni. Superati questi ostacoli, credo si possa fare moltissimo soprattutto riguardo alla prevenzione secondaria e alla diagnosi precoce di disturbi, che altrimenti, gravano molto sulla qualità della vita dei pazienti, delle loro famiglie e sul costo di malattia. Sono convinto che la Medicina Narrativa possa essere un validissimo strumento in questo ambito e spero di riuscire a dimostrarlo.

 

Hai qualche progetto che stai tirando fuori dal cassetto?

Sì, almeno un paio. Ho aperto un sito (www.20centesimipsichiatria.it) di divulgazione in cui cerco di spiegare le parole dello “psichiatrese” in modo semplice restituendole all’uso comune meglio possibile, libere da fantasmi e pregiudizi. Consolidato questo, vorrei iniziare a breve la raccolta di storie di pazienti e loro famigliari che hanno vissuto nella propria carne il significato di quelle parole. Un altro progetto riguarda il Diabete di tipo II in cui vorrei applicare la Medicina Narrativa come strumento di miglioramento della compliance, infine proseguire con le medical humanities che ritengo uno strumento fondamentale per diffondere e condividere la medicina narrativa e i suoi principi.

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Ricercatrice dell'Area Sanità e Salute della Fondazione ISTUD, si occupa di Medicina Narrativa e, più in generale, di storytelling, le cui metodologie vengono applicate a progetti di respiro nazionale e internazionale. Coordina i percorsi di formazione alla Medicina Narrativa di ISTUD

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